Prà de le Fante

Prà de le fante è un toponimo per altro curioso, nome d’un prato estorto alla faggeta, tradotta in esili steli da chi non si sa. Esili steli che per loro natura resistono agli estremi del clima montano, freddo, caldo, gelo, di nuovo caldo e di nuovo freddo e poi la brentana e la siccità. Steli che drenano l’acqua e preservano dalle frane ma che non sopportano d’essere trascurati, non sopportano d’essere dimenticati e così cedono il posto alla sfrontatezza di chi, come la pianta d’alto fusto, non fa della leggerezza e dell’eleganza minuta il suo lato migliore.

Il Prà de le fante è addirittura un caso di studio per come descrive quelle tensioni tra il prato ed il bosco che hanno così tanto trasformato il paesaggio montano.

Fatto sta che sul rovescio del Colaž, tra el Coston e la Costona ed a poca distanza dalla Ajal dei Costoi, tanto per ribadire la morfologia dell’area, ciò che rimane del Prà è ancora al suo posto, a combattere la sua personale battaglia contro l’oblio e nulla è servito costruirci una strada, e ciò fa pensare; nulla è servito costruirci anche la seconda e ciò fa pensare ancor di più.

Beh, forse l’accesso stradale, pur rompendo l’incantesimo del posto ameno -che comunque non è cosa da poco- qualche vantaggio può averlo dato, certo si sfrutta meglio il bosco, che comunque continua mangiarsi il prato… e ci permette qualche bucolica braciolata famigliare in tempo d’estate (io per primo).

 

Ma che significa questo nome, spesso riportato erroneamente sulle carte topografiche come Prà dell’Elefante?

Qualcuno una volta mi ha suggerito fante come infante per dire bambine e la supposizione potrebbe anche reggere, perché no? Anche molto simpatico s’è per quello.

 

Il Prà de le fante è qualcosa di personale, così come chiunque potrebbe dire di un luogo a lui caro; lo saranno le Rochete, il Pian de la not, il Buscón o Santa Rita per chi è di Mis; i Casere, il Fratón o i Rónch per altri che invece hanno vissuto fin dall’infanzia a Sagron. Luoghi frequentati da una vita dove ci si potrebbe muovere senza luce nella più tetra delle notti. È una questione d’empatia, è il rapporto che si instaura tra il luogo fisico ed il senso d’appartenenza.

Quindi come questione personale ci vedo quello che mi pare, anche se sono solo elementi sparsi nella memoria che trovano anch’essi il tempo che trovano perché non hanno un valore materiale quantificabile, ma stanno li ad addobbare alcune parti del cervello come guarnizioni di una buona torta con creme ed amarene (mmmmm……).

Beh insomma, ad esempio l’acqua di Sant’Antoni, con la scusa della strada asfaltata chi ancora se la ricorda? Eppure, anche se luogo paesaggisticamente quasi insignificante, è stato per anni punto di raccolta dell’acqua assente a le Fante. Ora l’acqua arriva dal Boschét tramite un tubo in PVC, arriva piena di una sostanza melmosa che il comune sembrava voler far pagare qualche tempo fa. Comunque disseta lo stesso l’ignaro passante e non se ne lamentano le rane dell’Erminio.

E la Vècia che fila è stata recentemente resuscitata grazie al totem del percorso interpretativo posto alla Casina forestale, dove assieme ad essa ritornano dal passato quasi dimenticato il mitico Gabiàn, el Mažaruól e la sua dimora e gli spiriti che avrebbero popolato la Val del le Moneghe.

E su in alto le bianche colate dei Lastèi, rocce levigate e scavate dall’acqua che furono in passato gradite vasche senza idromassaggio per bambini pastori, e prime esperienze escursionistiche per il sottoscritto, così come lo fu el Pisàndol, fragoroso scolo d’acqua per i temporali estivi ed imponente colonna di ghiaccio d’inverno.

E poi i selvaggio versante che sale verso le creste di Campotorondo, nella loro alternanza di faggete, di boscaglie di pino mugo e rocce in strati sovrapposti che nascondono quel luogo d’incanto che sono i Piani eterni, ed a sud-est il gruppo del San Sebastiano, con quella conformazione tanto simile ai monoliti della Monument valley visti con gli occhi dei fumetti di Bonelliana memoria.

 

Acqua provvidenziale, Vècia che fila, Gabiàn, Lastèi, monoliti fantasiosi, ghiaccio in colonne, genziane ed orchidee ed una miriade di piccoli elementi che fanno della fisionomia del ricordo una questione del tutto personale in un contesto di (forse) irreversibile trasformazione.

Maurizio

Un commento su “Prà de le Fante”

  1. La Kraz Società Cooperativa » Col Sloizet 2016 Reply

    […] abbiamo deciso di cambiare pista, salendo dal centro di Sagron verso l’alto, verso il Prà de le Fante, e anche il nome dell’evento ha perso il suo accento (“còl” era un gioco di […]

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